Parroci della Basilica
Parroci della Basilica

Meditazione al presbiterio decanale
19 novembre 2002

Vi accolgo con grande affetto, cari amici! Prego molto e vi invito a pregare perché il Signore voglia donarci nuove vocazioni

Vi propongo di riflettere sul sacerdozio ministeriale in riferimento alla spiritualità sacerdotale, rifacendomi alla testimonianza del nostro Parroco Santo. Parlando di “spiritualità sacerdotale” intendo abbracciare sia l’insegnamento che l’esperienza del Beato, elementi indissolubilmente uniti.
Di ministero e spiritualità sacerdotale ci parla il brano poc'anzi proclamato, che ci offre la giusta interpretazione del gesto emblematico di Cristo all'Ultima Cena, quando Gesù lavò i piedi agli Apostoli, e dice di sé: "Io sono in mezzo a voi come colui che serve" (Lc 22,27). Della lavanda dei piedi ne dà testimonianza l'evangelista Giovanni facendoci ritornare spiritualmente nel Cenacolo. Il Maestro lascia ai suoi amici il comando di amarsi come lui li ha amati, ponendosi al servizio gli uni degli altri (cfr Gv 13,14): "Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Gv 13,15).

Noi tutti siamo partecipi del sacerdozio ministeriale, oggi vogliamo elevare a Dio un corale rendimento di grazie per questo suo straordinario dono. Dono per tutti i tempi e per gli uomini di ogni razza e cultura. Dono che si rinnova nella Chiesa grazie all'immutabile misericordia divina e alla generosa e fedele risposta di tanti fragili uomini. Dono che non cessa di stupire chi lo riceve.

La strada sacerdotale di Vincenzo Romano ci illumina sul valore di un servizio pastorale che non cerca la “gloria umana” ma quella di Dio.
In una predica manoscritta rivolta ai sacerdoti affermò: “lo zelo della gloria di Dio dobbiamo riguardarlo come l’anima del nostro sacerdozio, come il primo e più essenziale di tutti i nostri doveri, al quale tutti gli altri si riferiscono”.
Per il sacerdote la perfezione consiste nell’amore di Dio e nel fare la sua volontà: “Un sacerdote posseduto dall’amor di Dio impiega tutto sé e le potenze e gli appetiti dell’anima e le membra del corpo a operare sempre per Dio, a maggiormente piacere e servire a Dio: i suoi pensieri, i suoi desideri, i suoi affetti e tutte le sue opere a procurare il gusto e la gloria di Dio: studia, medita, specula, tende sempre a Dio; è sempre ubbidiente a Dio”.

Anche l’idea che il sacerdote si santifica attraverso il suo stesso ministero è percepibile negli scritti di Vincenzo Romano ai sacerdoti e lo fa precursore dei nostri tempi. L’insegnamento del Concilio è chiaro “i presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni, che svolgono quotidianamente, come di tutto il ministero” (PO 12).

Paolo VI in occasione della sua beatificazione dichiarò: “I sacerdoti, quelli diocesani specialmente, per i quali l’obbligo della perfezione non è sostenuto dalla professione religiosa, ma è reclamato sia dalla loro dignità che dal loro ministero, e, quando questo sia esercitato in pienezza di carità, mediante il ministero stesso, quella perfezione diventa possibile e grande”.

Il Beato è convinto che non c’è dicotomia tra vita spirituale e vita pastorale; esse sono intimamente unite come osservò in un panegirico su san Gaetano: “Le due vite attiva e contemplativa camminarono in lui unitamente a passi continui e con concordia”.

Il sacerdote pieni di zelo, si santifica, santificando: “Un sacerdote senza zelo non ha diritto alla celeste beatitudine perché non può santificarsi nel sacerdozio senza santificare altri”.

Ancora la PO 13 afferma : “I presbiteri raggiungeranno la santità nel modo loro proprio se nella Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile”.

Gregorio Magno, La Regola pastorale 2,3 : “Un pastore d'anime deve essere vicino a ciascuno con il linguaggio della compassione e comprensione.
Deve in modo singolare essere capace di elevarsi su tutti gli altri per la preghiera e la contemplazione.
I sentimenti di pietà e di compassione gli permetteranno di fare sua la debolezza degli altri.
La contemplazione lo porti a superare e vincere se stesso con il desiderio di cose celesti.
Tuttavia il desiderio della conquista delle altezze spirituali non gli faccia dimenticare le esigenze dei fedeli.
Come pure, il provvedere e il soddisfare alle esigenze del prossimo non gli faccia trascurare il dovere di elevarsi alle cose celesti.
San Paolo è vivo esempio di tanto equilibrio di ministero pastorale”.

Il Beato prefisse a se stesso e ai suoi sacerdoti come esigenza di perfezione e quindi di santità la massima di “fare bene il bene” ed espresse lo stesso concetto in questi termini: “Sono ottime le funzioni sacerdotali se si fanno bene… e più facili e più perfette ci riescono se le faremo con Gesù Cristo, come Gesù Cristo, per Gesù Cristo”.

“Siamo luce del mondo per risplendere coi buoni esempi. Ma dove non v’è fuoco, neppure v’è luce. Dobbiamo istruire, ammonire, ma senza la carità saremo un bronzo sonante, un cembalo che rimbomba, perché chi non arde non accende… la carità è la regina, anima, forma di tutte le virtù, di tutte le opere buone. Senza questa carità saremo niente, niente ci gioverà”.

L’ascetica spirituale del Beato, Paolo VI, così delineò “L’esercizio del suo ministero esteriore si alimenta di vita interiore, ne tare le sue radici, le sue energie, i suoi impulsi; non è un mestiere profano, non è l’affanno di Marta, non è la dissipazione che svuota l’attività d’una sua profondità personale; è carità che arde di dentro e si accende nell’intimità del colloquio devoto e della meditazione pensosa e poi trabocca”.

Da questa premessa spirituale derivò il triplice munus del parroco Romano annunciatore della Parola di Dio, santificatore delle anime nella celebrazione dei divini misteri e formatore di coscienze.
Il contenuto essenziale della carità pastorale –afferma la Pastores dabo vobis- è il dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad immagine e in condivisione con il dono di Cristo. « Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi, che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi... ».

Concludo con la PO 14 dove è detto che. “La carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino in stretta unione con i Vescovi e con gli altri fratelli nel sacerdozio”.

Il 30 novembre 1830 scrisse il suo testamento spirituale, inviando ai sacerdoti di Torre una lettera nella quale “quasi costretto da forti voci interiori debbo lasciarvi il preziosissimo tesoro della carità fraterna la quale è il solo interno distintivo carattere dei veri discepoli di Gesù Cristo… Dunque procuriamo noi con tutti gli sforzi a qualunque costo eseguire importante precetto della fraterna carità”.

 
 
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Web Master Salvatore Prisco
 
 
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