Ingresso
don Giosuè
nella Basilica
Santa Croce
20
ottobre 2002
Ringrazio
don Onofrio, il Decano… saluto il Sindaco ed esponenti del mondo
della politica… la loro partecipazione testimonia il riconoscimento
del ruolo morale, culturale, civile non solo della persona del parroco
di S. Croce, ma di tutta la comunità della “Parrocchia”
che così viene un po’ sentita, eletta, vissuta dai torresi
perché custodisce le reliquie del Parroco Santo e soprattutto
l’Immacolata.
Saluto i più stretti collaboratori, il vice parroco, il diacono,
i catechisti, gli operatori pastorali, le suore, l’Unione Cattolica
Operaia, voi tutti costituite la prima risorsa per le attività
pastorali.
Accoglierò ogni consiglio e suggerimento da parte di tanti che
desiderano il bene della comunità. Conto sulla collaborazione
di altri amici per restituire un po’ di felicità a tanti
e perseguire le scelte pastorali della Chiesa di Napoli: i giovani e
la famiglia per la missione.
In tal senso saranno orientate le attività pastorali per essere
in piena comunione con le altre comunità parrocchiali del decanato.
Un pensiero particolarissimo a coloro che portano anche nel corpo i
segni della sofferenza, poveri ed ammalati, unici privilegiati che il
vangelo ci consente di avere, per restituire loro fiducia e speranza
ed annunciare la solidarietà di Dio che non si realizza senza
quella umana.
Penso vi chiediate quali siano i miei sentimenti in questo momento così
solenne e significativo della mia avventura cristiana.
Vorrei poterveli comunicare a tu per tu, incrociando i vostri sguardi,
guardando i vostri volti che mi richiamano un pezzo di strada già
percorsa insieme… sentieri interrotti da riprendere.
Ricorro a due immagini, la prima è stata ripresa in questi giorni
da ciò che ha scritto Giovanni Paolo II nel libro Dono e mistero
dove dice che il senso di ogni spiritualità sacerdotale sta :
“In quel giacere a terra in forma di croce prima dell’ordinazione…
facendosi ‘pavimento’ per i fratelli”.
Il parroco, “pavimento” per i fratelli!
Il “pavimento” dice passaggio, provvisorietà, riferimento
ad altro, per uscir fuor di metafora, passaggio per arrivare a Gesù
Cristo.
Con questa consapevolezza, desidero vivere nella prospettiva espressa
da Giovanni Battista: “lui deve crescere, io diminuire”.
L’altra immagine la ricavo dal giorno del possesso canonico del
nostro Beato Vincenzo Romano, possesso che ebbe luogo il 29 dicembre
1799.
In quella occasione don Vincenzo espresse così i suoi sentimenti:
“Signore, niente io posso, niente io sono, niente io so, la Cura
è vostra, nella vostra parola, come san Pietro, io mi getto in
questo mare… O Gesù, io sono l’asinello sotto di
voi, voi guidatemi, voi tiratemi, voi regolatemi”.
Ecco l’immagine dell’asinello, così descritto da
un dizionario biblico: “L’asino palestinese è assai
robusto, sopporta bene il caldo, si nutre di cardi; grazie alla forma
degli zoccoli, ha un’andatura molto sicura; infine, il suo mantenimento
è poco costoso. Suoi unici difetti sono la testardaggine e la
pigrizia”.
Il parroco è come l’asino di Gerusalemme, che nel giorno
delle palme fu per il Messia una cavalcatura regale e pacifica, ecco
perché abbiamo voluto esporre sulla facciata della Basilica il
canto dei fanciulli ebrei, la domenica delle palme: “Benedetto
Colui che viene nel nome del Signore!”.
Venendo a voi come parroco, so solo di portare Cristo sul mio dorso
e ne sono fiero.
Sono io che lo porto, ma è lui che mi guida.
So che mi attendono sentieri scoscesi ma Lui continuerà a ripetermi
“Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt
11,30).
Mi piace, infine pensare, anche all’asino che portò Maria
sua Madre verso Betlemme o in fuga verso l’Egitto, “Ella
pesava poco, perché tesa solo verso il futuro che si portava
dentro” (Jules Supervielle) e tra le braccia.
Anche noi andiamo avanti con speranza, con gli
occhi penetranti per cogliere l’azione di Dio e con cuore grande
per diventare suoi strumenti e con questi sentimenti affido all’Immacolata
la preghiera liberamente da me adattata dagli scritti di don Tonino
Bello e dalla Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II.