Lunga
vita agli oratori
Lunga
vita agli oratori
L'oratorio, che molti davano per scomparso, sta vivendo una seconda
giovinezza. Perché garantisce ai giovani spazi aggregativi di
qualità, in linea con i loro gusti e il bisognodi libertà.
di
Sabina Fadel e Giulia Cananzi
Arianna,
17 anni, da oltre due settimane è andata a convivere con un gruppo
di ragazzi. 
E
i genitori, inspiegabilmente, sono felici di questa sua scelta. Arianna,
infatti, sta facendo un'esperienza di vita comunitaria, insieme ad altri
giovani e a un sacerdote che coordina 'esperienza, in un oratorio della
riviera romagnola. Una possibilità, questa, che coglie l'esigenza
dei ragazzi di vivere dei periodi in autonomia pur continuando la loro
vita di sempre, ma che, allo stesso tempo, è aperta a inediti
cammini di fede.
Riccardo e Maria Chiara da tre anni trascorrono le prime due settimane
di giugno senza toccare libro, eppure sono entrambi studenti universitari.
E le famiglie? Niente da obiettare. I due ragazzi prestano servizio
in un patronato (qui gli oratori si chiamano così) del veneziano
come responsabili Grest, cioè gruppo estivo, vera punta di diamante
degli oratori, momento clou frequentato anche da chi normalmente in
oratorio non ci va. Anche in questo caso una proposta formativa che
intercetta il desiderio dei ragazzi di spendersi per gli altri.
Gli oratori sparsi in tutt'Italia sono più di 5 mila - informa
don Massimiliamo Sabbadini, presidente del Foi, il forum degli oratori
italiani, organismo di coordinamento nazionale degli oratori voluto
dalla Cei -. Più concentrati al Nord (soprattutto in Lombardia
dove ce ne sono quasi 3 mila, ma anche nel Triveneto e in Piemonte)
gli oratori scarseggiano al Sud, dove però, in questi ultimi
anni, si sta rapidamente cercando di colmare il divario. Frequentati
abitualmente da oltre un milione di ragazzi e, occasionalmente, da quasi
il doppio, attorno agli oratori ruotano circa 100 mila volontari tra
catechisti, animatori ed educatori.
Oratorio,
atto d'amore
Ma
che cos'è oggi un oratorio e quale posto occupa nella vita della
Chiesa? L'oratorio è essenzialmente un atto d'amore verso le
giovani generazioni - spiega don Sabbadini -. Richiede, infatti, tanta
fatica, impegno, generosità, risorse spese in maniera continuativa
e, alle volte, non gratificante. Rappresenta un baluardo per i ragazzi
contro la solitudine, la noia e l'individualismo. Un modo attraverso
il quale la comunità cristiana riversa sui ragazzi attenzioni
concrete, fatte di iniziative, proposte di senso, impegno, libertà
e fantasia. Una proposta gratuita che è anche educazione alla
gratuità.
In un tempo in cui la Chiesa raccomanda alla famiglia di perdere tempo,
giocare, scambiare tenerezze con i propri figli - incalza monsignor
Domenico Sigalini, già responsabile del Servizio nazionale per
la pastorale giovanile della Cei e attuale assistente generale dell'Azione
cattolica - lei per prima deve essere disposta a mettersi in gioco,
evitando di ridurre la sua presenza ai doveri sacramentali o liturgici.
Un
ponte tra la strada e la chiesa
Gli
oratori, quindi, rappresentano veri e propri ponti tra la strada e la
chiesa - per utilizzare le parole del Papa che, di recente, si è
più volte espresso a favore di un loro rilancio - dove la vita
irrompe con tutta la sua forza e le sue problematiche.
Luoghi capaci di interpretare i bisogni dei ragazzi, di dare delle
risposte alle domande vere della vita, accogliendo il loro immenso bisogno
di libertà e di comunicazione. Il tutto privo di etichette preconfezionate,
dalle quali i giovani rifuggono con orrore. Luoghi, insomma, che per
essere all'altezza delle aspettative dei ragazzi, hanno bisogno di spazi,
strutture e figure educative qualificate, che abbiano il coraggio di
sbilanciarsi dalla parte dei giovani, intercettando i loro linguaggi.
L'esperienza che va sotto il nome di oratorio - sottolinea ancora monsignor
Sigalini - è, infatti, molto variegata: si va dalla megastruttura
fatta di spazi per la catechesi, il gioco, l'intrattenimento, il bar,
il teatro, dove magari c'è pure lo spazio per la convivialità
e la preghiera, alle povere quattro stanze per accogliere i bambini
oltre le lezioni di catechismo o a un cortiletto per tirare quattro
calci a un pallone. Ma, comunque, rimane l'esperienza che colloca l'educazione
alla fede dentro un tessuto di relazioni quotidiane.
Luoghi molto diversi non solo rispetto alle origini, nel 1500, quando
erano definiti scuola della dottrina cristiana, ma anche a poco più
di un decennio fa, quando ancora erano pensati e strutturati sul modello
dei seminari o delle scuole medie.
E come capita di trovare ancora oggi in quelle zone in cui la comunità
cristiana non ha maturato una sensibilità verso i più
giovani o non ha gli strumenti per predisporre luoghi idonei per la
loro aggregazione, che non siano una sorta di dependance della sacrestia.
I
mille volti dell'oratorio
Perché
l'oratorio è molto di più. È essenzialmente luogo
in cui convivono molteplici identità: spazio di aggregazione
e divertimento, di formazione al servizio e alla fede, di crescita culturale,
di pratica sportiva. Ma come far convivere queste differenti anime?
Il segreto - risponde Sigalini - è di costituire una sorta di
comunità educativa, formata da laici, giovani stessi o adulti,
che siano capaci di stare con i ragazzi avanzando proposte che rispondano
alle loro domande più nascoste e siano in grado di pensare all'oratorio
per progetti. Va da sé che assume fondamentale importanza il
clima che i giovani respirano in oratorio e l'ambiente che lo ospita.
L'oratorio - insiste monsignor Sigalini - deve essere la casa di qualcuno,
una struttura accogliente, viva, priva di ogni squallore. Oggi i giovani
hanno una molteplicità di offerte: se un ragazzo viene a chiedere
un pallone a me invece che a una società sportiva, è perché
sa che in me troverà, oltre al pallone, ascolto, attenzione,
accoglienza.
Grest,
l'inizio del rilancio
Da
qualche anno a questa parte un fenomeno nuovo ha fatto capolino negli
oratori. Torme di ragazzini vocianti, con le magliette e i cappelli
colorati, si danno appuntamento ogni estate nel cortile dell'oratorio,
per trascorrere insieme un paio di settimane. Sono i Grest, fenomeno
che, sull'onda del successo riscosso, ha spesso convinto le comunità
cristiane a reinvestire soldi, tempo ed energie per rilanciare gli oratori.
I Grest - sottolinea Sigalini - hanno la capacità di aggregare
offrendo principi cristiani, di trasmettere valori divertendo. Un Grest
è fuori dal tempo scolastico, e i ragazzi lo vivono con grande
libertà. È organizzato bene, direi che rappresenta l'idea
più genuina di oratorio, che dovrebbe continuare tutto l'anno.
Delle proposte dei Grest sempre più spesso si avvalgono anche
i Comuni, privi di spazi adeguati per i ragazzi. Ma questa collaborazione
tra Chiesa e amministrazione pubblica è sempre positiva? L'oratorio
ha la possibilità di diventare crocevia con il territorio e anche
con l'amministrazione pubblica - prosegue Sigalini - in maniera che
si crei attorno al giovane una pluralità di proposte intelligenti
e positive, tra le quali lui può scegliere. D'altro canto, è
bene ricordare che la Chiesa, anche in passato, ha spesso colmato le
lacune del settore pubblico. Ed è giusto, perché i giovani
hanno bisogno di adulti propositivi che non si riducano a dire fin qui
tocca a me, poi tocca all'altro. Dobbiamo essere adulti sempre orientati
a dare il meglio di noi stessi per le giovani generazioni. La comunità
cristiana sa che la sua proposta viene fatta in nome di Gesù,
ma può essere stimolata dal confronto con gli altri a presentarla
in termini più positivi e affascinanti e, soprattutto, non noiosi.
La
legge sugli oratori
E
il settore pubblico, d'altro canto, sembra finalmente aver riconosciuto
agli oratori la loro funzione sociale. È, infatti, in via di
approvazione definitiva in parlamento la legge quadro sulla utilità
educativa e sociale degli oratori. Ma quali novità apporta questa
norma? E, soprattutto, ce n'era bisogno?
La novità più significativa - informa don Massimiliano
Sabbadini, che nella veste di presidente del Foi è stato ascoltato
lo scorso anno proprio alla vigilia della prima approvazione della legge
alla Camera - è che la norma è passata sia alla Camera
sia al Senato con una maggioranza trasversale, a significare che l'educazione
dei giovani negli oratori è stata capace di mettere d'accordo
anche opposti schieramenti. Si tratta, poi, di una legge che ha dei
precedenti a livello regionale (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli
Venezia-Giulia, Lazio, Abruzzo e Calabria) e che non mira tanto a normare
la vita degli oratori, quanto a riconoscere che essi svolgono anche
una funzione sociale e, in quanto tali, devono essere sostenuti e agevolati.
Il fatto che sia una legge quadro, poi, introduce ad accordi più
precisi a livello locale tra oratori e regioni o comuni.
Dal punto di vista di chi opera in oratorio, invece, la legge dà
slancio, ma aumenta anche il senso di responsabilità: la comunità
cristiana educa, infatti, non solo buoni cristiani ma anche onesti cittadini,
capaci di prendere parte alla cosa pubblica per il bene comune.
Ma se la Chiesa vuole fare dell'oratorio un laboratorio della fede,
uno spazio aggregativo e un crocevia per i nuovi luoghi di vita dei
giovani, cioè un reale ponte tra la realtà e l'istituzione,
deve accettare la sfida di creare nuovi contesti ecclesiali e pastorali.
A Brescia, per fare solo un esempio, già da qualche tempo è
attivo, presso l'Istituto superiore di Scienze religiose, un indirizzo
ministeriale in Pastorale dell'oratorio, che prevede tra gli altri l'insegnamento
di Gestione dell'oratorio.
Ma, esempio a parte, come si sta preparando la Chiesa ad affrontare
questa sfida? È una sfida sempre in divenire, conclude don Massimiliano
Sabbadini. Rappresenta la tensione positiva, incompiuta, che ci fa stare
con un orecchio teso alle sfide che i giovani affrontano e con l'altro
appoggiato al cuore di Dio per fronteggiare queste sfide con passione.
In questo modo siamo chiamati a essere sempre attenti a seguire il soffio
dello spirito nella concretezza della vita dei ragazzi: è così
che mutano le strutture pastorali, non per disegni preconcetti.
Ben
tornati, oratori
di Luciano Bertazzo
Inventati
dal cuore grande di san Filippo Neri, rilanciati da san Giovanni Bosco,
dopo anni di onorato servizio e alcuni di inevitabile declino, gli oratori,
o centri giovanili, stanno lentamente, ma decisamente, riappropriandosi
di un ruolo che li ha fatti essere, per decenni e per schiere di giovani,
centri insostituibili di aggregazione, di svago, di educazione alla
vita e alla fede. Nonché fucina di campioni: nel gioco della
vita e in quello degli stadi...
È bene, ed era tempo, che ciò sia avvenuto. Per questo
abbiamo aperto il dossier augurando lunga vita agli oratori. Siamo convinti
che in un momento in cui proprio la mancanza di spazi dove potersi ritrovare è
data tra le principali cause della deriva dei giovani verso luoghi con
altri fini, dove il rischio di farsi del male e di perdersi è
molto elevato, il ritorno degli oratori debba essere salutato come
speranza e promessa di futuro.
Chi anima gli oratori (preti e laici) deve far lavorare la fantasia
perché siano sempre luoghi accoglienti e aperti a tutti, dove
ognuno - anche se non è dei nostri - possa trovare risposte alle
sue domande e, se lo vuole, imparare gli esercizi fondamentali della
vita. Che sono le qualità che fanno crescere sani dentro e fuori
e cioè: il rispetto degli altri, la solidarietà versi
i più deboli, la ricerca del bene e la lotta contro ogni
forma di male e, soprattutto, la conoscenza di Dio, il vero amico dei
giovani.
Certo, preti e animatori di buona volontà, per poter lavorare
proficuamente devono sentire forte e vicina la presenza solidale e fattiva
di tutta la comunità.