Beato Vincenzo Romano
Beato Vincenzo Romano

Beatificazione
17 novembre 1963

Cronaca della Beatificazione e discorso di Papa Paolo VI
a cura di Iovine Egidio Maria

Il 17 novembre 1963, nella Basilica Vaticana, si è svolto il sacro Rito per la Beatificazione del Ven. Servo di Dio Vincenzo Romano.
Alle ore 10 il Capitolo Vaticano, con l'Em.mo Cardinale Arciprete Paolo Marella, si e' recato processionalmente nell'abside per prendere posto, a sinistra dell'altare. Nella apposita bancata di destra, ricoperta di arazzi, si disponevano gli Em.mi Cardinali componenti la Sacra Concgregazione dei Riti con a capo Sua Eminenza il Signor Cardinale Arcadio M. Larraona, Prefetto.
Erano presenti anche numerosi Arcivescovi e Vescovi. Tra cui abbiamo notato le loro Eccellenze Mons. Aurelio Marena Vescovo di Rufo e Bitonto; Mons. Luigi Rinaldi Vescovo di S.Marco e Bisignano; Mons. Vittorio Longo Vescovo Titolare di Lorima ed Ausiliare di Napoli; Mons. Paolo Savino Vescovo Ausiliare di Napoli; Mons. Salvatore Sorrentino Vescovo Titolare di Gerasa, Ausiliare e Vicario Generale di Pozzuoli.
In particolare tribuna si sono notati gli Ill.mi e Rev.mi Monsignori Canonici della Metropolitana di Napoli: Vitale De Rosa, Salvatore De Angelis, Michele Capano, Ciriaco Scanzillo. Inoltre una larga rappresentanza di Parroci di Napoli ed Archidiocesi con il Segretario del Collegio Mons. Antonio Bruno al cui fianco si notavano i MM. RR. Parroci Mario Esposito, Salvatore Consiglio, P. Gaudenzio O. F. M., Lucarelli, Dati. Nelle pancate speciali vi erano gli Ill.mi e Rev.mi Monsignori Di Tuoro, Iovine, Cardalesi, Leonetti, Santoro, Vero, Stella e Mons. Aleazar, Consigliere dell'Ambasciata di Etiopia presso la S.Sede.
Nella tribuna della Postulazione si è notato tra le autorità il Sindaco di Torre del Greco avv. Antonio Magliulo, con i Sigg. Assessori e Consiglieri ed il Segretario dott. Alfonso Cirillo; il dott. Francesco Coscia direttore generale della Cassa per il Mezzogiorno; il comandante dei VV. UU. di Torre del Greco dott. Errico de Gaetano; i Rev.mi Canonici della Colleggiata di S.Croce con il Segretario del Comitato Canonico Palumbo e molti Rev.mi Parroci, Sacerdoti, Religiosi e Religiose della città del nuovo Beato.
Per concessione speciale sia alla funzione del mattino sia al sacro Rito alla presenza del Santo Padre hanno servito all'altare i Seminaristi del Seminario Arcivescovile di Napoli di cui il B. Romano fu alunno.
A lato dell'Evangelo, nelle due funzioni, si notava il labaro della Provincia di Napoli e quello del Comune di Torre del Greco, circondati dai vigili urbani.
Entrato il Clero nell'abside il Postulatore della Causa, Mons. Salvatore Garofalo, Rettore Magnifico della Pontificia Università di Propaganda, con accanto il vice Postulatore l'Ill.mo e Rev.mo Mons. Stefano Perna accompagnati da S.E. Monsignor Enrico Dante, Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, al Prefetto della stessa Congregazione, Em.mo Cardinale Arcadio Maria Larraona, per rimettergli la Lettera Apostolica in forma di "Breve" e rivolgergli la preghiera di ordinarne la promulgazione.
L'Em.mo rimandava S. E. Mons. Segretario all'Em.mo Signor Cardinale Paolo Marella, Arciprete della Basilica, per chiedere - secondo la prassi - la "venia" di leggere il Documento nella Basilica.
Ottenutala, Mons. Emilio Rufini, Canonico Vaticano, da un piccolo podio faceva lettura del "Breve", nel quale il Sommo Pontefice Paolo VI, iscrive il Romano tra le schiere dei Beati. Il Breve reca la firma dell'Em.mo Cardinale Amleto Giovanni Cicognani, Segretario di Stato.
Compiuta la lettura, tutti sorgevano in piedi e, mentre l'Em.mo Cardinale Paolo Marella intonava il Te Deum, tra il commosso e devoto entusiasmo e le vive acclamazioni dei fedeli, soprattutto dei pellegrinaggi di Napoli, veniva tolto il velario che ricopriva la "Gloria" nella raggiera del Bernini e veniva scoperta la reliquia del Beato posta sull'altare.
Terminato il canto dell'Inno Ambrosiano, l'Em.mo Celebrante, fatta l'invocazione al novello Beato, ne cantava l'"Oremus" e ne incensava la Reliquia e la immagine. Quindi, deposto il piviale e assunti i paramenti per la S.Messa, iniziava il solenne Pontificale assistito da Canonici Vaticani, Ill.mi e Rev.mi Prosperini, Prete Assistente; Pioversana, Diacono; Maccarone, Suddiacono.
Dirigevano il sacro Rito i Cerimonieri della Basilica Monsignori Fammilume, Coletti, Vinci, Vorlicek.
Frattanto, a cura della Postulazione, coadiuvata dal Cav. Adriano Gabrielli, della S. Congregazione dei Riti, venivano distribuite le "Vite" del Beato, a Dignitari della Congregazione dei Riti.
Alle ore 16, il Santo Padre, in mozzetta e stola rossa, è disceso - avendo al seguito i Prelati e gli altri Dignitari della Sua Anticamera - nella Basilica, ricevuto dal Capitolo Vaticano con a capo il Signor Cardinale Arciprete Paolo Marella, il quale porgeva l'acqua benedetta a Sua Santità. Il Papa, dopo essersi segnato, asperseva i presenti. Nella Cappella della SS.ma Trinità era riunito il Sacro Collegio. Erano presenti i Signori Cardinali: Tisserant, Pizzardo, Aloisi Masella, Cicognani, Ferrtto, Copello, Agagianian, Gilroy, Spellman; McIntyre; de Arriba y Castro, Lèger, Giobbe, Cento, Confalonieri, Castaldo; Marella; Lefebvre; Santos; Antoniutti, Forni, Lanzazuri Richetts, Ottaviani, Roberti e Morano.
Ricevuto l'omaggio del Sacro Collegio, l'Augusto Pontefice, salito in Sedia Gestatoria, faceva ingresso nella navata centrale e, tra le vivissime acclamazioni dei Padri Conciliari e del popolo, si dirigeva verso l'abside. Dinanzi all'altare della Cattedra, il Santo Padre, disceso dalla sedia gestatoria, s'inginocchiava al faldistorio; e, mentre la Cappella Giulia eseguiva l'"Ave verum", veniva esposto il Santissimo. Il Signor Cardinale Copello, Primo dell'Ordine dei Preti, porgeva il turibolo al Sommo Pontefice, che incensava l'Ostia Santa. Quindi i cantori eseguivano l'inno "Iste Confessor" cui seguiva l'"Oremus" del nuovo Beato.
Cantato il "Tantum ergo", durante il quale il Santo Padre incensava nuovamente il Santissimo, Monsignor Salvatore Sorrentino, Vescovo tit. di Gerasa, Ausiliare e Vicario Generale per Pozzuoli del Signor Cardinale Castaldo, assistito dai Monsignori Lambruschi e Puccinelli, impartiva la Benedizione Eucaristica.
Terminata la sacra funzione, il Postulatore della Causa, Monsignor Salvatore Garofalo, accompagnato dal Signor Cardinale Castaldo, da Monsignor Sorrentino, da Mons. Stefano Perna, da S.E. l'on. Mazza, dal Sindaco di Torre del Greco, si appressava al faldistorio per la presentazione dell'artistico Reliquario, delle Immagini e Biografie; nonché del tradizionale mazzo di fiori. L'artistico reliquario, opera tipica dell'Artigianato di Torre del Greco, è un finissimo lavoro in filigrana d'argento dorato, tartaruga, corallo e cammei. Veniva pure offerta la medaglia commemorativa della Beatificazione.
L'Augusto Pontefice, nel gradire i doni, aveva parole di compiacimento e di paterna riconoscenza per gli illustri offerenti. La vita e le immagini venivano ugualmente distribuite ai Signori Cardinali, agli Arcivescovi e Vescovi, e ai Prelati presenti; al Corpo Diplomatico; ai Dignitari laici della Corte Pontificia; alle altre Personalità. Il Santo Padre si recava poi all'altare papale per rivolgere la Sua fervida Esortazione ai Pellegrinaggi giunti in Roma per la Beatificazione. Prima del Santo Padre prendeva la parola il cardinale Alfonso Castaldo, Arcivescovo di Napoli, il quale si rivolgeva al Sommo Pontefice con queste parole:

"Beatissimo Padre, sento vivo il gaudio di questo prezioso momento che la bontà della Santità Vostra ha voluto offrire a me ed a tutti i pellegrini, che sono convenuti qui a Roma, in questa luminosa giornata di esultanza per la elevazione agli onori dell'altare del parroco don Vincenzo Romano, del Clero diocesano di Napoli e Preposito curato di Torre del Greco.
Siamo tutti qui, rappresentanti del Clero, delle Autorità, del popolo, per testimoniare la riconoscenza profonda per aver voluto la Santità Vostra rivolgere la personale suprema attenzione ad un piissimo Sacerdote del Clero napoletano e per averne voluto esaltare lo zelo nell'esercizio del ministero pastorale, con il sovrano pontificio riconoscimento di eroismo nelle virtù.
Vogliamo, Beatissimo Padre, prendere occasione da questo lieto, prezioso incontro dei figli con il Padre, per confidarGli il santo orgoglio, che avvertiamo, di questo supremo dono, che la Divina Provvidenza, per atto solenne della Santità Vostra, ha voluto fare a noi, coronando le nostre fervide attese.
L'entusiasmo di questo nobilissimo orgoglio desideriamo tradurre in impegno concreto, contemplando il Beato, e trarne per tutti conforto, da una parte, che ci viene dalla fiducia di un Protettore nel Cielo, e, dall'altra, raccoglierne l'invito noi Sacerdoti ad una generosità senza limiti nell'esercizio del ministero; per i fedeli poi, l'incoraggiamento ad una corrispondenza più pronta e perseverante alle sollecitudini pastorali della Chiesa, che predica la santità, che pratica la santità, premia la santità, essa è santa e propone, per divina disposizione, la santità come universale vocazione e soprattutto come universale dovere e decoro.
Beatissimo Padre, a rendere fervide e sincere queste espressioni, attraverso le quali si vuole fare arrivare al cuore paterno della Santità Vostra l'unisonante palpito dei figli grati e devoti, concorrono, io penso, per grazia di Dio, non solamente le doti personali dei napoletani qui rappresentati; e cioè intelligenza fervida, volontà sincera e ardente, vivacità di propositi, costanza nei sacrifici, perseverenza nell'azione; bensì del Clero diocesano, che oggi può considerarsi tutto glorificato nel nuovo Beato, per la fedeltà sempre professata alla Sacra Gerarchia, la devozione e l'amore profondo alla Sede Apostolica e al Vicario di Gesù Cristo, per lo zelo delle anime ardentemente fattivo, per l'impgno nello studio delle scienze sacre, per la efficace predicazione, per l'insegnamento della nostra dottrina cristiana, per la obbedienza prestata ai Superiori, per la dedizione piena all'esercizio del sacro ministero.
Pur oggi sono davanti agli occhi ed allo spirito di tutti noi, in maniera particolare, i ricordi dei molti Servi di Dio, ben 86, di cui si istruiscono a Napoli i processi de virtutibus, laici o sacerdoti, del clero diocesano a regolare, che sembrano accendersi di maggior luce o partecipare essi stessi in qualche maniera alla luce del Beato oggi glorificato. Questa schiera magnifica di Servi di Dio io vedo accompagnata dal grande e santo Vescovo, che diede eccelsa pastorale tonalità alla spiritualità della regione napoletana nel secolo XVIII, il caro S. Alfonso Maria de' Liguori.
Ben vero tra i nostri Santi napoletani, di cui si trattò nel passato nei processi canonici, emerse nel secolo xiii e si levò come astro di grandezza ineguagliabile il Thomas Neapolitanus come amava sottoscriversi l'Aquinate; di lui, quae docuit et quae egit, furono raccolte in processo speciale a Napoli, per ordine della Sede Apostolica, nel 1306-1308 da due Vescovi napoletani, il Beato Giacomo da Viterbo e Umberto d'Ormont.
Ad illuminare intanto oggi la gioia di tutti, Beatissimo Padre, concorre anche un raggio del nostro sole con l'ardenza del monte irrequieto, ruggente e sobbalzante dalla terra nostra. Ma a confortare ogni proposito, a rallegrare ogni sentimento, a rendere fecondo ogni impegno, a garantire ogni promessa concorre, più di tutto, la visione di un cielo di gloria superiore, raggiunto dal nostro Beato, e dal quale siamo tutti invitati: il cielo dei cieli, cioè il cielo dei Santi, che è tanto al di sopra del magnifico cielo astrale, che copre le nostre terre.
Infine, a moltiplicare la nostra letizia Beatissimo Padre, ad accrescere il motivo della nostra riconoscenza verso la Santità Vostra, ad impreziosire il dono magnifico di questi giorni, perché nuova occasione possiamo cogliere per protestare filiale devozione ed affetto mi sia consentito, Beatissimo Padre, di invocare la grazia dalla Santità Vostra della Apostolica Benedizione, che tutti porteremo con noi come lievito fecondo dei santi propositi, concepiti in questo giorno di celesti intuizioni e gaudii, come sostegno paterno ed incoraggiamento ad una vita cristiana fedele, come intimo e vivo ricordo che estenderà a tutti i giorni della esistenza ed a tutti i nostri ideali ed a tutte le nostre cose il conforto, di cui la paterna degnazione della Santità Vostra ha riempito l'animo di tutti noi>>.
Prendeva la parola il Sommo Pontefice Paolo VI:

1. "Signor Cardinale, venerabili fratelli, diletti figli.
Salutiamo il nuovo Beato Don Vincenzo Romano, e rallegriamoci nel Signore, che ci lascia contemplare come cittadino del cielo questo suo fedele ed esemplare seguace. Abbiamo motivi particolari non pochi per essere lieti di questa glorificazione, oltre quello principale dell'onore che è così tribunato al Signore e che ridonda sulla Chiesa intera, la quale vede l'albo dei suoi figli vittoriosi arrichirsi del nome d'uno eletto.
Non possiamo tacere che uno di questi motivi è costituito dal fatto che questo beato Romano era napoletano! Di Torre del Greco, a dir vero; cioè nato e vissuto nella rinomata e ridente cittadina distante a Napoli poco più d'una decina di chilometri, quanto basta per dare agli abitanti di Torre del Greco una loro distinta fisionomia morale e popolare, e perciò una ragione di legittimo vanto di ascrivere nella propria anagrafe, anzi nella propria storia questo suo raro ed ormai celebre figlio, nato appunto, vissuto e morto a Torre del Greco; ma quanto basta altresì per riconoscere alla popolosa borgata ed a questo illustre suo cittadino l'onore di appartenere all'arcidiocesi di Napoli, alla sua circoscrizione civile, alla sua cultura, alla sua educazione, alla sua vita.

Legittimo vanto di Torre del Greco
2. Dobbiamo esprimere le Nostre felicitazioni al signor Cardinale Arcivescovo di Napoli per questa beatificazione, dobbiamo estenderle al venerabile Clero ed ai fedeli tutti dell'arcidiocesi partenopea, ed a quelli della fertile e benedetta e famosa terra della Campania, perché la virtù riconosciuta in Vincenzo Romano non è solo strettamente a lui personale, ma è rappresentativa d'una spiritualità e d'un costume, che possiamo ben dire regionali. Questa considerazione del Beato nel quadro religioso e civile, in cui si svolse la sua vita, apre alla Nostra mente varie questioni, sia generali che particolari, di grande interesse, alle quali risponderanno gli storici e gli agiografi, e alle quali appena accenniamo; quale sia, ad esempio, l'influsso dell'ambiente sulla personalità d'un santo, quanto questi riceva, assorba, modifichi ed esprima della mentalità popolare che lo circonda, e come perciò egli assurga a tipo caratteristico e nobile d'un'età e d'una popolazione. Che l'ambiente abbia enorme importanza nello svolgimento della nostra vita lo dice il fatto che grande parte della educazione consiste nel porre intorno all'alunno un complesso di circostanze e di fattori, che dovrebbero favorire lo sviluppo migliore dell'alunno stesso, come pure grande parte della disciplina ascetica consiste nella scelta e nella disposizione di condizioni ambientali utili alla formazione e all'esercizio della vita spirituale. Nel caso nostro l'ambiente è quello offerto dalla modesta e comune maniera di vivere d'una famiglia del popolo napoletano nella seconda metà del settecento e nei primi decenni dell'ottocento, perfezionato dall'educazione ecclesiastica di quel tempo e di quella città. Don Vincenzo Romano non è uscito da quell'area locale e morale; perciò la sua figura vi è tipica e rappresentativa.

Visioni splendide e grandiose di santità
3. E' la ricerca dei coefficienti che qualificano tale figura ci fa facilmente scoprire delle visioni splendide e grandiose: Napoli è in grande forma a quell'epoca, il suo nome è europeo, e la sua vita religiosa è caratterizzata dalla presenza e dall'azione d'un'altra santa figura di primo ordine. Alfonso Maria de' Liguori, che era nato quasi cinquant'anni prima di Vincenzo Romano, ma che gli fu contemporaneo per oltre trent'anni, nel periodo cioè in cui sant'Alfonso irradiava i suoi insegnamenti di scrittore e di dottore, ed i suoi esempi di religioso e di vescovo. E' certo che il movimento di pensiero e di azione, a cui sant'Alfonso dava origine in quegli anni e in quella regione, fece scuola anche per l'umile ed intelligente prete di Torre del Greco; e fu alta scuola, anche perché essa pure partecipe e fautrice del risveglio religioso e dell'ascetismo canonico del Clero napoletano di quegli anni.
A chi obiettasse che quegli anni e quelli del successivo periodo napoleonico non erano, sotto molti aspetti, favorevoli alla apparizione d'un fenomeno di santità ecclesiastica - basti pensare alle correnti gianseniste, alla politica anticlericale di Bernardo Tanucci, e ai bisogni di riforma morale e religiosa, di cui lo stesso sant'Alfonso ci informa - potremo fare un'altra osservazione, ch'è proprio la lode migliore dei Santi rispetto all'ambiente, in cui si svolge la loro formazione e la loro attività; ed è quella che vede come il Santo, e nel nostro caso il Beato Vincenzo Romano, non solo personifica e porta a livello superiore quanto di bene l'ambiente possiede, ma reagisce a quanto di male o di misero l'ambiente gli offre e impone al costume corrente; perché egli sa risuscitare energie spirituali e morali dal fondo delle singole anime e dal cuore del popolo, che altri né supponeva esistessero, né sapeva cavare.

Dall'incontro di Dio con l'uomo una vittoriosa scintilla
4. L'osservazione non è soltanto fonte di ammirazione per il servo di Dio, che si è francato dai vincoli delle consuetudini invalse, credute inespugnabili, ma dev'essere anche lezione per noi, quando c'insegna che ogni ambiente, con la grazia del Signore e con la buona volontà, può essere fertile di santità: con ciò che ha di buono aiuta e conforta, con ciò che ha di avverso provoca a militante fortezza l'anima grande. E cioè ci ammonisce a non sopravvalutare le condizioni d'ambiente, quasi fossero per l'anima forte, libera e cristiana indispensabili e determinanti: alla virtù, al bene, se positive, alla mediocrità o al vizio, se negative; esse sono certamente coefficienti molto importanti e spesso praticamente influenti e prevalenti sulla condotta della gente comune, non però su quella dell'eroe della virtù, che le domina e le personifica, se buone, vi resiste e spesso le supera e le trasforma, se cattive. La santità cioè fiorisce, se Dio aiuta, dappertutto; ed ogni ambiente le può giovare, ogni condizione di vita le può essere propizia, quando l'incontro delle due volontà, la divina e l'umana, vi provocano la vittoriosa scintilla della carità (cfr. Rm 8,35).
Ed è ciò che precisamente ammiriamo nel nuovo Beato: la sua è proprio una santità che scaturisce dal dialogo col suo ambiente: egli vi è nato, vi è formato; egli lo assorbe, lo plasma in se stesso sul modello cristiano e sacerdotale, poi lo rieduca, lo evangelizza, lo santifica.
Era infatti un prete del paese, come ve ne erano tanti a quel tempo; un Sacerdote diocesano, ch'ebbe la fortuna di un'ottima educazione in Seminario, e che poi ritorna fra i suoi familiari e compaesani ad esercitare vari ministeri dapprima, poi l'ufficio di Parroco, per oltre trent'anni, dal 1799 al 1831, anno della sua morte. Lo schema della sua vita sembra quello normale per un Sacerdote in cura d'anime. Dov'è l'aspetto straordinario proprio della santità? Dov'è l'aspetto esemplare che meriti la nostra imitazione e la nostra venerazione?
Per rispondere, dovremmo narrare la storia di questo buon curato e vedremmo quale sia il genere di perfezione proprio di chi si consacra alla vita pastorale; è il dono di sé per la salvezza degli altri. E poiché oggi tanto si parla di vita pastorale, vedremmo questo semplice prete di campagna venirci incontro dalla terra del Vesuvio, per insegnarci qualche cosa di magnificamente attuale e universale.
Che Vincenzo Romano, ad esempio, abbia prefisso a se stesso la massima di "fare bene il bene", indica quale esigenza di perfezione abbia dominato la sua vita. Vi sarebbe da parlare della sua vita interiore, della sua religione personale, del suo impegno allo studio, della sua austerità privata, del suo distacco dal denaro e dalle ambizioni onorifiche non ignote talvolta anche ai buoni sacerdoti, in una parola dello sforzo ascetico che domina tutto il corso dei suoi anni e che compenetra la continua proiezione di sé al servizio degli altri ed in gran parte ne risulta; si dovrebbe fare un accenno a certi bagliori mistici, che qua e là sfuggono dal segreto d'un'anima sempre tesa alle cose di Dio e sempre pronta ad esprimerne l'esperienza con gli accenti affettivi e sentimentali, propri del temperamento meridionale e della scuola alfonsiana.

La perfezione della vita pastorale
5. Ma ciò che attrae la Nostra attenzione è il suo comportamento pastorale, cioè l'esercizio del suo ministero esteriore a vantaggio del prossimo; ma non potremo trascurare due previe osservazioni: che questo ministero esteriore si alimenta di vita interiore, ne trae le sue radici, le sue energie, i suoi impulsi, i suoi conforti; non è un mestiere profano, non è l'affanno di Marta, non è la dissipazione che svuota l'attivista di una sua profondità personale; è carità che arde di dentro e che si accende nell'intimità del colloquio devoto e della meditazione pensosa e poi trabocca. E perciò, (seconda osservazione), questo stesso ministero esteriore, mentre attrae il sacerdote che vi ha dedicato la vita e diventa per lui un obbligo assillante, lo spaventa e lo opprime nello stesso tempo, e quasi lo respinge, per il senso opprimente di responsabilità che porta con sé e per le enormi difficoltà, che sempre rappresenta e che, appena avvertite, mettono in evidenza la sproporzione tra i doveri da compiere e le forze disponibili, immensi i primi, povere e vacillanti le seconde. E' il tormento di chi si consacra alla cura d'anime. Viene opportuna la parola di sant'Agostino: "Niente è in questa vita, e specialmente in questo tempo, più difficile, più faticoso, più pericoloso" (Ep. Ad Valerium, 21; PL. 35,88). Il Beato Vincenzo Romano provò anche lui la paura d'un ministero così impegnativo e responsabile com'è quello del Parroco; avrebbe voluto sottrarsi a tanto onere, ed ebbe a dire di sé: "Avrei voluto piuttosto la morte, che aggravarmi di questo sì pericoloso peso della cura d'anime; questa carica non si può accettare né per onore, né per interesse, o per altro fine; ma soltanto per volontà di Dio". Riscontriamo così in lui una somiglianza con il santo Curato d'Ars, anch'egli oppresso interiormente dalla responsabilità dei doveri pastorali, fino a tentare di sfuggire dalla sua parrocchia. Abbiamo nominato san Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars: sarebbe interessante notare molti altri aspetti di somiglianza fra quel Santo Parroco e questo, legati entrambi a eguali doveri, e entrambi straordinariamente abili a esercitarvi sia pure in forme e misure differenti, virtù analoghe e a ricavarne meriti somiglianti.

La catechesi, profonda esigenza del tempo nostro
6. Troveremo così anche in Vincenzo Romano una grande profusione di parola di Dio; da quella sistematica, e non mai abbastanza raccomandabile, della catechesi, vera base della vita religiosa e profonda esigenza del tempo nostro, a quella esortativa e edificante (si dice che fosse perfino prolissa la predicazione del nostro Beato; ora forse anche la sua non lo sarebbe più!). Troveremo la premura antiveggente di far partecipare i fedeli alla celebrazione della santa Messa; un suo libretto dal titolo "La Messa pratica" ci dice come egli avesse l'intuito di quella necessità che l'assemblea dei fedeli preghi bene, preghi insieme e preghi coordinando pensieri e voci a quelli del Sacerdote celebrante, necessità la quale oggi è riconosciuta dalla dottrina della Chiesa e promossa dai movimenti liturgici.
Troveremo una carità, che si espande fuori del puro esercizio del culto, e si interessa e si affatica per tutti i bisogni umani privi d'altro soccorso: il Parroco a nulla è estraneo, tutti conosce, tutti conforta, tutti amminisce, tutti benefica. Anzi la sua carità da individuale si fa sociale, da spirituale anche professionale ed economica ( per ritornare subito morale e religiosa), se ciò è richiesto da quel bene delle anime, che per un Parroco è "suprema lex". Il Beato Vincenzo ci dà, a questo riguardo, un bellissimo esempio, quasi precursore della carità sociale della Chiesa ai nostri giorni, organizzando ed assistendo i pescatori di corallo che a Torre del Greco erano e sono tuttora numerosi, laboriosi e bisognosi.

Grandezza di una missione incomparabile
7. Così che egli merita che noi lo consideriamo, come si suol dire, "d'attualità", come esempio di virtù di cui il nostro tempo ha manifesto bisogno. E lo avranno caro, come Protettore e come modello, i fedeli tutti, ma in modo particolare i Sacerdoti, quelli diocesani speciamente, per i quali l'obbligo della perfezione cristiana non è sostenuto dalla professione religiosa, ma è reclamato sia dalla loro dignità, sia dal loro ministero, e, quando questo sia esercitato con pienezza di carità, mediante il ministero stesso quella perfezione diventa possibile e grande. Ai parroci sopra tutto siamo felici di additare un loro Fratello in cielo; ad essi va, anche in questa occasione, il Nostro particolare ed affettuoso pensiero: possa il Beato mostrare loro la grandezza della loro missione; e pensando in quali difficili e modeste condizioni tanto spesso si svolge il loro ministero, ricorderemo loro che "non sono gli orizzonti geografici ad allargare quelli dello spirito, ma la vastità degli orizzonti dell'anima a dare anche ad un luogo minuscolo le dimensioni dell'universo" ( Garofalo, pag. 36). E voglia questo nuovo Beato loro mostrare che e come un Sacerdote in cura d'anime deve essere santo; voglia lui sostenere i loro disagi, compensare le loro privazioni, fortificare il loro spirito di sacrificio e di disinteresse, consolare le loro pene, premiare le loro fatiche! Vada a loro con i Nostri voti la Nostra Benedizione.
Perché, fratelli e figli, è di Sacerdoti zelanti, è di Parroci santi di cui soprattutto abbisogna oggi la Chiesa: essa ne celebra uno nuovo in Paradiso, possa essa annoverare una moltitudine nuova anche nel mondo presente!

Pronunziata la veneranda Allocuzione, l'Augusto Pontefice risaliva in Sedia gestatoria e lasciava la Basilica tra le entusiastiche acclamazioni di omaggio e di riconoscenza. Nelle tribune loro riservate erano gli alti prelati della Segreteria di Stato; moltissimi Arcivescovi e Vescovi, i parenti di Sua Santità, l'Ecc.mo Corpo diplomatico, la Prelatura Romana, i Dignitari della Corte Pontificia e le alte Cariche della Città del Vaticano; le delegazioni del Sovrano Militare Ordine di Malta e dell'Ordine del Santo Sepolcro del Patriziato e della Nobiltà Romana; della Pontificia Accademia delle Scienze, con il Cancelliere dell'Azione Cattolica, delle ACLI, della "Peregrinatio ad Petri Sedem".
La Cappella Giulia, diretta dal maestro Armando Renzi, ha egregiamente eseguito, al mattino: Antonio Allegra: "Te Deum" a 4 v.; Perosi: "Missa Secunda Pontificalis" a 3 v.; Renzi: parti variabili; alla sera: Mozart: "Ave verum" a 4 v.; Renzi "Iste Confessor" a 6 v.; Remigio Renzi: "Tantum ergo" a 8 v.; Bartolucci: "Iubilate" a 4 voci.

 
 
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Web Master Salvatore Prisco
 
 
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